10.24.2011

• I – E quindi uscimmo a riveder le Stelle.

La tempesta di sabbia che flagellava l’insediamento di Eremos Ghes durava da quasi otto mesi Kentaurici, il che non permetteva la partenza verso altri sistemi. La sottilissima sabbia verde e azzurra mitragliava Eremos Ghes, costringendo i suoi abitanti e chi aveva avuto la sfortuna di doversi attardare nell’ultimo territorio della civile Compagnia Mercantile a vivere e muoversi nei cunicoli sotterranei. Mancavano solo sei o sette settimane Kentauriche e poi la luce bianca della stella attorno cui Eremos Ghes ruotava lentamente sarebbe ritornata ad ardere, abbacinante, nel cielo.
Ad Eremos Ghes le cose avevano solo due colori poiché il pianeta, Larthia, non ruotava su sé stesso velocemente durante il suo periodo di rivoluzione attorno alla nana bianca. Il blu scuro, grigio, dell’inverno siderale e delle tempeste di sabbia di quando si era dal lato oscuro, o il bianco accecante di quando sorgeva la nana bianca all’orizzonte, prosciugando e rinseccando l’acqua che si era formata nelle tempeste gelide e oscure.
Il saloon sotterraneo era diventato ormai punto di ritrovo di tutti i viandanti rimasti intrappolati lì a causa dell’improvvisa tempesta che li aveva colti di sorpresa mesi prima fuori da ogni previsione.
Da quando settantaquattro anni Kentaurici prima uno schiavo, Darius Hazartha, decapitò l’imperatore di Kentaur liberando il suo popolo in catene da millenni, l’impero era decaduto su sé stesso, si era frantumato e, quel che ne restava, era sopravvissuto solo grazie alla Libera Compagnia Mercantile. l’Impero del sistema solare Rigel Kentaur aveva regnato incontrastato per millenni. La Libera Compagnia Mercantile tenevano in scacco il concetto di ‘civiltà’, ereditato direttamente dai confini, dalla legge e dalla vita dell’impero morente che si era facilmente disgregato. Tutto il resto era barbaro, superstizione, sopravvivenza, magia.
Larthia non era un pianeta con un bel paesaggio: era tutto industriale e prosciugato dalle polveri metalliche diffuse nell’atmos-fera dal lavoro incessante delle turbine che trapanavano nelle miniere sotterranee. Il carico era poi spedito da una parte all’al-tra del pianeta, alle stazioni da cui si poteva partire verso lo spazio. Stazioni come Eremos Ghes erano l’ultimo porto prima del nulla cosmico, la cui magnificenza stellare era ottenebrata dai gas tossici che viravano quel poco di atmosfera che restava in tonalità acide e psichedeliche: la terra quindi era brulla e azzurra, sabbiosa, il cielo nuvoloso verde e rosa che copriva il cielo.
Handara fece ondeggiare il ghiaccio dentro il suo bicchiere prima di bere l’alcolico scuro. Aveva un sapore dolciastro condito con la fuliggine che saliva dagli impianti di areazione, portato fin dalle profondità del pianeta dove si sfruttava la fusione del nucleo per avere il calore necessario ad estrarre alcuni metalli. Era ferma in quel pianeta da otto mesi, lo aveva girato in lungo e in largo tramite le ferrovie sotterranee al punto da preferire le tempeste di sabbia della notte eterna di Eremos Ghes rispetto alla luce accecante e alle costanti temperature da altoforno di Luxia, la città all’equatore illuminata senza sosta.
«Cinque settimane Kentaure e la tempesta si placherà.» stava assicurando il gestore del saloon mentre i piccoli droni unti e sporchi cercavano di aspirare il grosso della polvere dai pavimenti. Il saloon era il posto più allegro di Eremos Ghes, uno dei posti più tristi dell’universo. Era l’ultimo sistema solare civile, il confine dell’ex impero prima che venisse fagocitato dalla nascente Libera Compagnia Mercantile. Nella fattispecie, l’allegra compagnia era data da una ragazza a pagamento appoggiata alla ringhiera del piano di sopra, fumando una paglia, tre giocatori di carte, un ubriaco riverso sul tavolo che russava, Haldo, cioè il flaccido e laido proprietario, i droni e Handara.
«Non si placherà, Haldo. Tempo fa hanno intaccato i giacimenti di gas, a nord di qua. Hanno sollevato talmente tanta polvere da ri-empire l’atmosfera per i prossimi dieci anni Kentauri. Vi assicuro, vi consiglio: fate i bagagli.» rispose uno dei giocatori di carte. Erano tutti Sapiens, figli e discendenti degli schiavi del-l’Impero. Un termine straniero per Rigel Kentaur che, una volta scoperto il significato nella lingua dei loro schiavi più numerosi, aveva deciso di adottarlo per chiunque fosse simile a loro per natura e semplice evoluzione: chiunque necessitasse di ossigeno per respirare e fosse arrivato all’apice della sua evoluzione con la vista frontale e il pollice opponibile.
Haldo era un ibrido di Sapiens e tra qualcuno dei suoi antenati figuravano probabilmente degli Anfibi visti gli occhi gialli e la pelle vaiolata. Gli altri erano più Homo che altro.
Handara invece era in parte Homo e in parte Kentaura. Dalla parte schiava aveva ereditato i capelli neri e lisci, gli arti armoniosi e la pelle scura. Dalla parte Kentaura la sfumatura blu che tingeva il capelli, gli occhi verde elettrico, la velatura viola nella pelle, l’altezza e la coda, tuttavia senza arpioni e spine. Le mani affusolate avevano quattro dita e la coda non poteva essere nascosta, altrimenti avrebbe avuto difficoltà nel camminare. Inoltre alcune parti del suo corpo mostravano delle leggere striature più scure, soprattutto la schiena.
Al momento, Handara indossava come al solito la tuta blu scuro aderente, gli stivali alti, il cappello per proteggere la testa e la giacca con incorporato nel bavero anche la mascherina per poter respirare meglio, ora disattivata perché la posizione del Saloon era piuttosto protetta dalla tempesta. Il pavimento rombava e le bottiglie e i bicchieri tremavano ogni volta che un nuovo cargo di minerale partiva sotto di loro.
Handara terminò il suo whisky e aspettò che Haldo ne riempisse di nuovo il bicchiere. Il ghiaccio ottenuto da qualche processo chimico e simile all’azoto sfrigolò provocando un fumo rosato quando Haldo l’accontentò, continuando a parlare con il giocatore di carte. Ad Haldo non importava quanto durasse la tempesta; importava solo che i suoi avventori continuassero a riunirsi lì. Al piano di sopra, la ragazza scortò un cliente nelle camere private.
Altri clienti invece cominciarono a riempire il locale e, con essi, arrivò anche Hart il pianista. Era un uomo alto, dinoccolato, dall’aspetto malaticcio, ma le sue quattro mani facevano miracoli sui vecchi tasti elettronici del vecchio piano a led. Si accese la sigaretta con una mano, con l’altra la teneva e le ultime due cominciarono a calibrare il suono dei tasti.
Handara lasciò qualche pezzo di conio per il drink, si rassettò la mascherina e si alzò per poter lasciare il saloon e andare a dedicarsi agli ultimi preparativi per sistemare il suo monoposto.
Libellula, l’aveva chiamato. Piccolo, semplice, leggero, resistente. Poteva guidarlo anche lei che non era Auriga.
Si sistemò la tesa del cappello sul viso e si allacciò la giacca, cominciando ad avviarsi oltre il Saloon. I battenti a spinta di metallo cigolarono lasciando uscire lei sulla veranda del locale e permettendo ad un gruppo di minatori di entrare per guadagnare un tavolo. Una serie di veicoli arrugginiti e anneriti erano allineati oltre le paratie di sicurezza, quasi invisibili nei turbini scuri della tempesta di sabbia che riusciva a soffiare un poco anche all’interno dell’insediamento. Eremos Ghes poggiava all’in-terno di una conca naturale del terreno, molto profonda e direttamente sul baratro di un enorme canyon di un fiume che esisteva solo poche settimane l’anno: quando l’acqua che si era ghiacciata nel letto e a monte cominciava a tornare liquida aveva una portata oceanica. Poi si essiccava al sorgere completo della nana bianca. Il fenomeno durava quel poco tempo che passava tra la fine della notte e l’inizio del giorno della lunghissima rotazione di Larthia. Da lì Handara poteva vedere la cupola che copriva l’insedia-mento per proteggerlo dagli agenti atmosferiche e le luci delle piste che si illuminavano per lanciare o raccogliere i pochissimi velivoli autorizzati.
La ragazza tentò di incamminarsi verso ovunque volesse andare quando un altro Sapiens le si parò davanti. Nel tempo che lei impiegò a riconoscere l’uomo lui aveva già sollevato una mano per bloccarle il braccio, in modo da non prendersi un montante destro diritto sul naso. L’uomo si fletté sulle ginocchia per il contraccolpo e tentò un sorriso smorzato.
«Wooh! Hai un destro sempre più forte ved…ARGH!»
Un ginocchio di Handara scattò fulmineo verso il basso ventre del-l’uomo, che resistette stoicamente in piedi per non crollare mentre altri minatori raggiungevano il Saloon dietro di loro.
«Ti trovo bene.» ragliò l’uomo, appoggiandosi con un braccio alla spalla di lei. «E come sta la piccola Dorothy?»
Il rumore metallico del cane della pistola che Handara teneva con la destra e premuta contro il suo stomaco scattò forte tra i due.
«Molto bene e non grazie a te.»
«Oh. E’ diventata grande. Nuova culatta?»
«Dovresti vederla col mirino nuovo. Quello che mi avevi detto che avresti recuperato… e poi sei scappato.»
«C’è una spiegazione logica a tutto…»
«Quale? Cavallette, inondazioni, scissioni nucleari improvvise…»
«Peggio. Gli Agenti della Compagnia Mercantile che ti rintracciano dall’altra parte del mondo perché non hai pagato qualche interesse… Non è così “libera” come si fa chiamare. Obbliga le colonie a comprare solo da loro ad un prezzo ridicolo e rivende agli stessi i beni di prima necessità.»
Handara strinse gli occhi verdi, che brillavano nell’oscurità.
«E per quanto riguarda il tuo occhio? Ne avevi due, l’ultima volta che ti ho visto.»
L’uomo portò una mano al viso. La sua pelle era bianca. Non era pallido o malnutrito: lui era proprio color avorio. Non era muscoloso e robusto, era molto sottile, snello e resistente. I capelli neri erano lunghi e scompigliati, appena ondulati. Sul mento portava un accenno di barba e le pistole erano ancora nelle loro fondine. Handara era molto più veloce di lui.
L’occhio destro mancava. Il sinistro era visibile al di sotto della corte disordinata di capelli scuri. Handara non sapeva a quale ramo dei Sapiens Sid appartenesse, ma i suoi occhi erano strani e diversi da ogni altro che lei avesse mai incontrato. L’iride era bianca, come la sua pelle, la sclera invece nera.
«Oh, è una storiella divertente.»
«Quanto quella della tua mano mancante?»
«Un po’ meno.»
Sid sorrise mentre Handara sentiva il movimento meccanici all’in-terno degli abiti dell’altro, dal gomito in giù. Lei restò impassibile, ma la sua coda spazzò un paio di volte il pavimento a segno di nervosismo.
«Comunque, è stato ben rimpiazzato.» Sid scostò i capelli lunghi per mostrare, nell’orbita vuota, un bulbo meccanico, della stessa matrice del suo braccio. Indicò quindi un vicolo, con la mano sana, esplicito invito a proseguire per parlare lontano da orecchie indiscrete. Dopo un lungo momento di riflessione, Handara rinfoderò la sua Dorothy, nella fondina alla cintura. Si sistemò la mas-cherina sulla faccia, il capello sulla testa e drappeggiò meglio il lungo poncho sopra la giacca, così da non essere infastidita dai refoli di sabbia che si rincorrevano ai loro piedi. Nell’arco di pochi passi, anche Sid si era acceso una sigaretta e si era abbassato il bavaglio che portava al posto della maschera.
«Se sei qui su Larthia, sei bloccato come me da qualche mese, ormai.» constatò Handara. Sid scosse la testa.
«No. Abbiamo attraversato l’atmosfera in un momento di calma, settimane fa. Ma tu eri a prendere la tintarella a Luxia
La ragazza rallentò il passo, fissandolo. «Mi stavate cercando?»
Sid ampliò il sorriso truffaldino e annuì. «Ci urge un tiratore.»
«Sparten non ti piaceva?»
«Art è morto quando una nave della Compagnia ha bombardato la sua Indigos colpendo in pieno l’Auriga che la guidava. E poi, perché accontentarmi del secondo quando posso avere il primo miglior tiratore dell’universo civile?»
«Perché il primo ha un prezzo troppo alto e una volta superata la frontiera, non sarò il miglior tiratore che avrai a disposizione?»
«Uh. Sai cosa c’è di là?» Domandò Sid, appendendosi ad una trave sporgente di un edificio accanto per dondolarsi e accucciarsi davanti a lei. Handara non si sbilanciò.
«Con cosa sei qui? Con un monoposto?»
«No. Con tutta la Gambling. A mezzo equipaggio e con la pancia a mezzo carico.»
Handara incrociò le braccia davanti al petto. Le spie luminose della sua maschera si accesero quando inspirò.
«Ti hanno fatto passare con tutta la tua nave?»
Sid Annuì.
«E hai bisogno di un tiratore?»
Sid annuì di nuovo.
«Quindi hai una lettera di corsa della Compagnia.»
«Non proprio della diretta Compagnia. Gli devo dei soldi. Ma devo fare una consegna. E odio questo pianeta. Per cui, a costo di trascinarti per la coda, Hand, salirai sulla Gambling
Handara lo fissò a lungo, digrignando i denti. Poi allungò una mano, afferrò il bavaglio dell’uomo, tirandolo.
«Mi paghi. Con soldi. Soldi veri. O mi trovi i pezzi che ti avevo chiesto per Dorothy
Prima che Sid potesse dire qualcos’altro, lei lasciò il bavaglio elasticizzato, che andò ad impattare dolorosamente sul suo labbro superiore con le dolorose proteste dell’uomo.
I due si incamminarono fino all’hangar in cui era sita la nave del contrabbandiere. Sid in realtà si appellava da sé come ‘libero professionista’.
La Gambling era più malconcia di quando Handara ricordasse. Era una nave allungata, con due turbine laterali. Una volta era tutta nera, ma tutte le sue traversate avevano mangiato lo smalto esterno rimpiazzato più volte dalle mani di protettivo.
La sua Libellula fu issata a bordo, agganciata magneticamente come caccia singolo. Handara non vide nessun’altro. L’Auriga era nei propri locali, mai visibile al resto dell’equipaggio.
«Avevi detto equipaggio dimezzato.»
«Uh beh… la metà di cinque è due e mezzo, per cui arrotondando per difetto, siamo due. Io e l’Auriga. Se arrotondiamo per eccesso, con te, arriviamo a tre.» rispose Sid saltando a bordo, oltre i sedili del comandante, dove era sito l’altoparlante per poter comunicare con l’Auriga al piano superiore. Handara lo seguì, più tranquilla, e passò una mano all’interno della navetta, sentendo la Gambling reagire con un po’ di disagio alla sua presenza; dopo tutto quel tempo, ancora lei non piaceva alla navetta. Sid stava già avviando le manovre per poter avviare la nave, con una cuffia premuta sull’orecchio e premendo dei bottoni tondi per segnalare la partenza del veicolo alla torre.
Handara si sedette, allacciandosi la cintura.
«Se ci arrestano sappi che li convincerò che mi hai rapito.» ringhiò la ragazza. Attorno a loro numerose spie cominciarono ad accendersi; il cuore della nave ricominciò a pompare energia, tradotto con un brivido elettrico che percorse tutta la carlinga.
Sid calò il casco da guida sulla propria testa, allacciandolo sotto il mento mentre parlava con la nave – o con l’Auriga, non era ben chiaro. Una serie di spie luminose apparvero sulla sua visiera mentre cominciava ad inforcare i due manubri laterali. Prima che lui e l’Auriga che permetteva alla nave di muoversi partissero, Handara afferrò una mano dell’uomo con la propria, violacea e a quattro dita.
«Sei sicuro, dannatamente sicuro, strasicuro che ora ti faranno uscire dalla porta principale, te che sei un maledettissimo contrabbandiere?»
«Ehi.» sorrise Sid. «Ho una lettera di corsa e la ragazza è in forma. Ora, stai seduta, tranquilla, e goditela.»
L’hangar terminò di aprirsi e snodò la pista davanti a sé, per un chilometro oltre l’insediamento. Nonostante le spie luminose, non si vedeva nulla nei turbini blu e verdi della tempesta di sabbia. L’elettricità percorse tutta la nave, illuminando anche le spie esterne. Dalla vetrata frontale Handara intravide la sua Libellula ballonzolare per gli scossoni. Si passò una mano sulla faccia, scostando la mascherina e il poncho.
«Va bene. Senti…IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIH!!!»
La Gambling sfiatò e partì a velocità improponibile lungo la pista. Handara riuscì a malapena notare il tecnico dell’hangar avvolto da una tuta bianca fare i segnali per la partenza lungo la pista con sei lampade – una per braccio- prima di ritrovarsi praticamente dentro al proprio sedile mentre la navetta spaziale rullava sulla pista. Il muso si alzò, le ali ondeggiarono e la Gambling, piuttosto panciuta ma affusolata, si librò sopra il canyon. Sid dava le coordinate all’Auriga di bordo, ma del grosso del lavoro pilotava lui la navetta. Il muso puntò verso l’alto con un’ampia e pazzoide parabola. I motori sul retro bruciarono di arancione, mente le turbine laterali ancora non erano in funzione.
«Pronti a uscire dall’atmosfera di questo sasso polveroso tra tre… due… uno…»
Le turbine entrarono in azione e questo diede più slancio alla navetta, così da poter attraversare il denso strato di nubi turbolente. I venti esterni erano così forti da modellare la superficie desertica ed eroderla lungo tutta la superficie del pianeta, la luce della stella eoni prima aveva fuso la sabbia riducendola a distese vetrose, ma le navette riuscivano ad attraversare i banchi di nuvole, con la giusta conoscenze e un Auriga più che buona. Sid aveva calato l’elmetto sul viso, a malapena si intravedeva l’iride bianca mentre era del tutto concentrato in quello che sapeva fare meglio: pilotare.
«Pronti a rivedere le stelle tra cinque, quattro, tre…»

1 commento:

  1. Dunque,
    Questo è il primo episodio di Pulp Fiction, è più un 'pilota' in ogni forma & senso.
    Ho provato a presentare il mondo nella maggior parte delle sue sfumature.

    A breve arriveranno anche le facce dei protagonisti, Gambling incluso.

    See ya!

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