11.22.2011

Tenebris

Prologo: Into the Storm

We are following the will of the one
Through the dark age and into the storm
Lord I’m mean.

Era un mercoledì sera, nel centro di Milano e la pioggia cadeva dal cielo piatto e grigio, che rifletteva le luci artificiali color arancio della città. Le insegne si stavano spegnendo, gli ultimi locali del centro stavano abbassando la serranda spazzando via i clienti. Dopo una certa ora, ci sono solo gatti che si muovono nelle ombre andando e venendo dal castello, ritardatari in auto, semafori lampeggianti di arancio, fronde che perdono le foglie.
La pioggia si fece più intensa e monotona. Pioveva ininterrottamente da una settimana in tutto il nord Italia. L’autunno era una stagione splendida, se assolata ma quando il maltempo, invece, arrivava e si piantonava sulla regione non si poteva distinguere nemmeno il giorno dalla notte, l’alba dal tramonto. Milano era subissata prepotentemente da un’infinita lastra grigia e compatta di nubi da giorni.
Gli ultimi ad uscire dal locale furono quattro universitari sorridenti, chiassosi, alticci, profumati e ben vestiti. Uno di loro aveva il tocco da laureato ed un’altra un mazzo di rose che perdeva petali ogni volta che incespicava coi tacchi nei san pietrini che formavano la pavimentazione stradale in alcuni punti del centro. Si ripararono sotto gli ombrelli, grandi e neri, indugiando attorno alla loro Mini per saluti, baci, schiamazzi, presi talmente bene dalla loro serata da non notare il nugolo di ombre che si muoveva nei viali accanto, nei prati.
Grandi prati umidi si levavano attorno al Castello e al parco Sempione, echi delle lontane vestigia in cui i Visconti e gli Sforza ne avevano fatto la loro roccaforte e il loro parco e riserva di caccia personale. Qualche torretta in rovina costellava i prati del parco transennato, le luci per la decorazione urbana montate sulla facciata di Porta Giovia passarono dal ciclamino al violetto, gli enormi alberi secolari gettavano ombre cupe sotto di sé, celando tutto ciò che nascondevano.
Un piccolo scalpiccio fece voltare una delle ragazze del quartetto, mentre rideva. Notò una figura piccola, scura, che camminava scalza nel marciapiede accanto alla loro auto.
La donna superò il quartetto senza notarlo; sembrava molto concentrata a dove posava i piedi nudi lungo l’asfalto del marciapiede, ignorando le pozze e le foglie gialle per terra. I quattro ragazzi si zittirono al vedere quella strana figura, per un lungo momento prima di scoppiare a ridere della sua condizione miserevole.
Dopo qualche passo, la donna si fermò. La pioggia la inondava completamente. I suoi lunghi capelli neri le cadevano scompostamente attorno fino ai fianchi, appiccicandosi a lei. Aveva addosso un vestito bianco, ormai completamente zuppo. Era una donna di bassa statura, dalla corporatura fragile. Voltò lentamente la testa verso i quattro, fissandoli con gli occhi vitrei.
Il primo dei quattro ragazzi smise di ridere nel momento in cui notò uno spuntone metallico, spezzato e arrugginito, fuoriuscirle dallo sterno e i monconi di due costole oltrepassarle la veste bianca, con il sangue raggrumato che si confondeva coi capelli. Tuttavia, la donna era in piedi e cosciente: la pelle pallida era solcata da numerosi minuscoli capillari bluastri e rossicci. Un altro foro era in prossimità del cuore, ma qualsiasi cosa l’avesse ferita era stato rimosso. Sangue raggrumato e nero costellava il corpino del vestito, la stoffa marcia per l’umidità, coi capelli neri scompigliati che celavano gran parte della visione orribile del suo corpo dilaniato.
Gli occhi vitrei della donna si mossero a scrutare tutto attorno e, scoperto che erano solo loro cinque, lo sguardo vuoto si posò sul quartetto che già aveva aperto le portiere dell’auto per rimontare in macchina.
La portiera della mini fu afferrata dalla donna minuta e divelta con una tensione delle braccia; l’auto si piegò da un lato per qualche istante seguendo la tensione della cerniera, le sospensioni cigolarono e la portiera fu scaraventata lontano, accartocciata come un giocattolo.
«Dov’è il capitano della guardia cittadina?» domandò la donna con la voce impastata, un accento di difficile interpretazione mentre i quattro ragazzi urlavano per scappare dal mostro. Lei afferrò al volo il bavero della giacca di quello che stava al posto di guida, tirandolo fuori. L’auto ballonzolò sulle sospensioni tra le urla degli occupanti. La donna tenne stretto il ragazzo con la mano stretta sul collo. Era molto più bassa di lui, ma la presa d’acciaio non gli permetteva di divincolarsi. Restò incatenato allo sguardo della donna, ignorando per un lungo momento  le urla dei suoi amici. Il mondo sembrò rallentare mentre lui respirava e cadeva dentro quei due pozzi vitrei che brillavano vuoti e imperturbabili nel volto spettrale della ragazza ferita.
«Milady.»
La donna voltò la testa di scatto, andando ad inquadrare l’uomo che le si era avvicinato. Indossava una divisa delle forze dell’ordine e altri tre agenti si erano avvicinati all’automobile.
«Lei sta infrangendo la parola di Ezio.» disse il poliziotto, imperturbabile.
La donna lo guardò, senza capire. I tre poliziotti estrassero le loro armi dalla fondina, caricandole. Nessuno di loro tre stava badando ai tre ragazzi in automobile, presi da una crisi isterica di panico.
«Milady, le ricordo che Milano è sotto la giurisdizione di sua maestà Francesco Maria III Della Torre, che segue le leggi di Ezio. Lei conosce queste leggi?»
«No. Ma conosco Francesco Della Torre. È giovane. Come ha fatto a diventare… maestà?» sibilò la donna.
«Milady.» ripeté il poliziotto, mostrandole le palme delle mani.«Temo che lei sia molto confusa in merito ad una lunga degenza. La prego quindi di lasciare il ragazzo e di seguirci. Non le verrà fatto alcun male.»
«E’ stato scortese verso di me. Il vostro nobile dovrebbe lasciarmi prendere la sua testa.»
«Sarà un interessante argomento di conversazione con sua maestà.»
La donna lo fissò, imperturbabile, per un lungo istante. Sembrò un’eternità, ma si mosse lasciando andare il ragazzo, che crollò a terra. Fu immediatamente recuperato da uno dei tre poliziotti alle sue spalle, mentre la donna si affiancava al poliziotto con cui aveva parlato.
Il ragazzo ansimava, terrorizzato. La pioggia lo aveva intirizzito e la paura paralizzato. Cominciò a balbettare, facendosi aiutare dal poliziotto a rimettersi in piedi.
«Quella… quella pazza…!»
«Tu non hai visto nulla.» disse il poliziotto.
«Sta scherzando? Cos’è, una…»
Quando il ragazzo andò a guardare in faccia il poliziotto le pupille dell’uomo pulsavano di viola, con brevi scariche luminose che si propagavano nell’iride. Mosse le dita, continuando a parlare con lentezza.
«Tu non hai visto nulla.» ripeté.«Qualche vandalo ha distrutto la tua automobile mentre eri alle festa. Ora rimonta in macchina mentre arriverà il carro attrezzi. Dopodiché, tornerete tutti a casa con il taxi.»
Il ragazzo, inebetito, annuì e fece quanto detto. Rimontò in macchina, al posto del conducente, e lì rimase assieme ai suoi tre amici, tutti in attesa di un carro attrezzi e di un taxi, come se nulla fosse successo.
Intanto, continuò a piovere senza sosta. 

1 commento:

  1. "Into the storm", from "Nightfall In Middle-Earth", 1998, Blind Guardian.

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